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Articolo per la rivista architetti PDF Stampa E-mail
Scritto da AGAQ   
Martedì 16 Giugno 2009 00:00

esterno interno

 

22 SECONDI A L’AQUILA

 

In queste poche righe cercherò di tirare le somme di quella che è stata la mia esperienza in questi tragici giorni, ciò costituisce per me anche un momento di pausa, di riflessione, in un periodo di frenetica attività seguita all’iniziale smarrimento e incredulità.
Secondi…..1..2..3…sono vestito sul letto, non ho tolto le scarpe…4…5…6…la maniglia mal funzionante del mio bilocale in un palazzo del centro storico non mi ha tradito….7…8…9…urlo strozzato da singhiozzi…10…11..12…la notte di L’Aquila è rischiarata da una nebbia irreale, compatta, che fa male alla gola….14…15..16…corri Luca,in discesa, verso la villa comunale…17..18…19..cado al centro della strada,un cavo elettrico è teso a un metro e mezzo da terra,invisibile….20…21…22…silenzio. Sono al centro di un incrocio,sulla mia destra noto immediatamente un’autovettura sotterrata dalle macerie dell’edificio sotto cui era parcheggiata e inizio a percepire la dimensione del disastro che ha colpito la città. Raggiungo la villa comunale che ancora è vuota mentre le scosse di assestamento continuano a tremare sotto i miei piedi, arrivano per primi dei ragazzi, studenti fuori sede, in lacrime, non capisco cosa dicono, si sentono delle urla, la polvere mi si infila negli occhi, ancora la città sembra immobile di fronte a ciò che è appena accaduto, qualche minuto e la piazza è piena di persone spaesate,semivestite,urlanti…due ore dopo finalmente mi ricongiungo con la mia famiglia . Come questa, mille altre storie con epiloghi a volte molto più tragici.

Il mondo si è capovolto, una frattura ha investito la terra e anche la psiche di una popolazione, i valori e le prospettive vengono a mutare e in questo ecosistema dell’emergenza la professione non resta immutata.
La mia reazione a questa situazione è stata immediata, impulsiva, una rabbiosa necessità di fare, di essere Architetto, di voler ricostruire.
Quindi, con una struttura operativa e “familiare”, un padre ingegnere, un fratello quasi ingegnere, tre amici giovani architetti e un giovane ingegnere ci siamo immediatamente messi in movimento recandoci alla struttura temporanea del Comune di L’Aquila, ospitata in un asilo assurto al ruolo di C.O.M.1 (centro operativo misto), satellite del nucleo centrale della Protezione Civile, per offrire il nostro aiuto ed entrando a far parte del nucleo operativo per la prima emergenza. Immediatamente si è posto il problema della localizzazione e realizzazione di una sede temporanea per le istituzioni locali di Comune e Provincia, che attualmente sono disseminate sul territorio in strutture di emergenza mal coordinate. Dopo un incontro frenetico, tenutosi al DICOMAC (Direzione di Comando e Controllo) nella sede della scuola della Guardia di Finanza, si è deciso di localizzare una struttura unificata nell’area cittadina di Piazza D’Armi, grande vuoto urbano di recente acquisizione comunale, posizionato in maniera baricentrica rispetto all’intero territorio comunale. Al tempo della pubblicazione di quest’articolo dovremmo aver già redatto e presentato la fase definitiva di un progetto adottato in fase preliminare dalla Protezione Civile, organo che ad oggi, su questo territorio, rappresenta l’autorità massima.
Questa è voluta essere una sintesi, vi assicuro, estremamente stringata delle mie azioni e della mia condizione attuale, privo di casa, di studio professionale, di certezze e progetti per l’avvenire, immediatamente immerso in un lavoro estenuante, salvifico rispetto ad una stasi commemorativa, che sono certo servirebbe solo ad aprire un secondo baratro sotto i miei piedi, e in balia di un tempo irreale, cinematografico , dilatato all’eccesso, squassatore di normalità, in cui ogni azione è dettata dalla velocità e transitorietà, ogni abilità messa in campo è tirata all’eccesso della possibilità, senza pausa, con un boato intermittente che con le sue frequenze basse ci ricorda di continuo dove siamo e scandisce la distanza temporale che trascorre inesorabilmente dal “prima”.
Trarre conclusioni e giudizi in questo momento è opera alquanto difficile e probabilmente errata, dettata dall’immediatezza delle sensazioni, ma comunque proverò a spiegare cosa ha significato per me essere un Architetto, innanzitutto trovare la forza di agire immediatamente, di proporre progettualità e metterla in pratica, senza paura dell’errore, che è componente umana e parte del coraggio, di distanziarsi dall’insicurezza e dallo scarso spessore che la politica ha dimostrato in questa situazione, in cui tanto è delegata a fare, pavida in un momento in cui la sterilità mediatica nulla può rispetto a tematiche centrali e urgentissime come quelle dell’abitare, nell’accezione assolutamente più larga che questo termine può assumere, del ricucire un danno che ci ha riportato ad un grado zero sia materiale che mentale, quindi la mia convinzione è quella che alla nostra professione spettino le parole che sono proprie del suo linguaggio, un discorso che si realizza attraverso la proiezione di un nuovo futuro urbano che dalla carta passi alla realtà, senza perdere tempo, senza abbandonare L’Aquila a parole spazzate via dal vento terribile della vacuità.


Arch.Luca Ximenes
Ultimo aggiornamento Mercoledì 17 Giugno 2009 02:25
 
   
 

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